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Caratterizzazione geologica

Il territorio del Parco Nazionale dello Stelvio è estremamente interessante dal punto di vista geologico per la varietà delle rocce presenti, i ritrovamenti mineralogici e le evidenze geologiche e geomorfologiche. Nel settore lombardo del Parco, schematicamente si possono individuare due formazioni principali che individuano altrettanti settori ben definiti: La porzione nord-occidentale comprendente la zona di Livigno, la Valdidentro, la Valle di Fraele, la cresta di Reit, l’orografica destra della Val Zebrù è costituita da rocce sedimentarie stratificate di origine calcareo-dolomitica (dolomie, calcari dolomitici e calcari marnosi). Tali rocce costituiscono la parte sommitale delle principali cime del Parco. Queste formazioni hanno dato origine a suoli superficiali, generalmente aridi e di scarsa fertilità. 

La porzione settore sud-orientale, comprendente invece la Valfurva e le valli comprese nella provincia di Brescia dentro Parco, come la Val di Viso, è invece costituita da rocce metamorfiche scistose, prevalentemente filladi quarzifere, paragneiss, gneiss e micascisti. Da queste formazioni si sono sviluppati suoli con buone caratteristiche pedologiche, mediamente profondi, adatti allo sviluppo della vegetazione forestale. 

Inoltre, la zona della Valtellina e della Val di Rezzalo è caratterizzata anche dalla presenza di rocce magmatiche intrusive (formazioni granitiche). Caratteristico è il plutone di Sondalo – S. Antonio Morignone, costituito prevalentemente da gabbri. Formazioni di marmo, intercalate alle rocce metamorfiche, sono presenti localmente nei gruppi del Monte Sobretta e del Monte Confinale. 

Le formazioni 

Da un punto di vista composizionale le metamorfiti presenti all’interno del Parco Nazionale dello Stelvio sono piuttosto omogenee, l’origine è “sedimentogena per derivazione da formazioni flyshoidi non carbonatiche, probabilmente da serie di argilloscisti alternati a grovacche”. In altri casi si tratta di metamorfiti derivanti da magmatiche acide o basiche, oppure da calcari. Il settore lombardo del Parco comprende le seguenti formazioni:

  1. Formazione filladica del Cevedale – È la formazione più diffusa nel territorio del Parco e dal punto di vista stratigrafico è posta sopra le formazioni di Peio e di Lasa. Non appare omogenea dal punto di vista litologico presentando diversi tipi di filladi in associazione a paragneiss minuti e quarziti micacee. Spesso le filladi sono intercalate da ortogneiss, anfiboliti, prasiniti, calcari saccaroidi, pegmatiti ed eccezionalmente da serpentino e gesso. Dal punto di vista mineralogico la formazione è costituita dall’associazione quarzo – muscovite – clorite, spesso in associazione a biotite e componenti minori. 
  2. Serie sedimentarie – Anche se interessano una porzione più limitata del territorio, sono di estrema importanza, perché comprendono alcune delle cime più importanti del massiccio Ortles-Cevedale come l’Ortles e il Gran Zebrù e perché sono fondamentali per la comprensione dei processi della tettonica alpina. Non si tratta di serie stratigraficamente complete, ma di sovrapposizioni meccaniche di serie diverse per effetto tettonico. La formazione principale è quella che è stata classificata come appartenente al verrucano, data da insiemi di conglomerati poligenici di scisti anageniticoseritici, di scisti sericitico-quarziferi, scisti filladici neri, arenarie rosse, cataclasiti e miloniti. La formazione è ricoperta in varie zone da dolomie cariate o calcare cavernoso con gessi del trias medio, abbastanza frequenti nella catena del Cavallaccio, alla base dell’Ortles, del Gran Zebrù e della catena Cristallo-Reit. In altre zone, più a ovest, alle dolomie cariate si sostituiscono le dolomie grigie, nerastre o brune. 
  3. Filoni e piccole intrusioni – In tutto il Parco sono presenti piccoli corpi intrusivi dioritici di forma diversa e filoni di porfiriti e porfidi: interessano soprattutto la formazione filladica del Cevedale e in misura minore la formazione di Peio e le serie sedimentarie dell’Ortles–Gran Zebrù, ne sono privi invece la formazione di Lasa e la catena di Cavallaccio. 

La tettonica 

La tettonica della regione del Parco è molto complessa ed è stata adeguatamente ricostruita solo nella parte occidentale dove affiorano le serie sedimentarie, le sole che permettono una completa ricostruzione degli eventi tettonici. Solo la tettonica alpina, avendo interessato tutte le formazioni, ad esclusione delle sole intrusioni terziarie, può essere studiata con dettaglio; la precedente tettonica ercinica invece, avendo interessato solo le formazioni metamorfiche, è di più difficile ricostruzione. Questo è dovuto al fatto che per le serie sedimentarie permo-triassiche si hanno complete conoscenze della stratigrafia che consentono la ricostruzione degli eventi, fatto impossibile per le serie metamorfiche, anche perché tali formazioni hanno subito due successive metamorfosi: quella ercinica prima e quella alpina dopo, che hanno complicato ancora di più il quadro degli eventi. Nei settori interessati dall’ affioramento di serie sedimentarie è stato possibile ricostruire la tettonica con maggior dettaglio: si tratta di sistemi di scaglie, scivolamenti e falde caratterizzate da movimenti sub-orizzontali che hanno portato a sovrapposizioni delle une sulle altre. Sono stati riconosciuti tre sistemi tettonici, tutti appartenenti all’austroalpino superiore che di seguito vengono elencati nell’ordine di sovrapposizione: sistema Scarl – Umbrail, sistema Ortles – Quatervals e sistema di Languard. Sulle suddette formazioni hanno successivamente agito i processi geomorfologici glaciali che, insieme all’erosione normale, hanno contribuito al modellamento delle forme attuali del paesaggio e alla messa in posto di notevoli quantità di detriti. 

Una vasta coltre di detriti morenici si estende lungo i pendii, specialmente in prossimità della spalla glaciale, le valli più vistosamente interessate a tale proposito sono le valli Cedèc, Valfurva nel settore lombardo del Parco. Sul fondo delle valli si sono accumulati importanti depositi alluvionali e fluvio-glaciali mentre in prossimità delle creste si accumulano abbondanti detriti di falda dovuti all’azione crioclastica.