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Caratterizzazione geomorfologica e glaciologica

Il territorio del Parco Nazionale dello Stelvio presenta le caratteristiche di un tipico ambiente di montagna che ha subito nel tempo dinamiche riferibili a processi glaciali, di versante e fluviali che, in diversa misura a seconda della zona, hanno modellato il paesaggio producendo le forme che osserviamo oggi. 

L’ultima glaciazione 

I ghiacciai, di oggi e del passato, con la loro dinamica sono i principali responsabili del modellamento del paesaggio alpino del Parco. Dopo l’orogenesi terziaria, che ha portato all’innalzamento della catena alpina, i rilievi sono stati modellati a varie riprese dall’azione dei ghiacciai che durante l’era glaciale plio-quaternaria occupavano tutto l’arco alpino. Le variazioni climatiche portarono infatti ad una lunga era glaciale a cavallo tra il Pliocene e l’Olocene in cui si contano circa 13 fasi di avanzata glaciale; circa 20.000 anni fa una gigantesca calotta glaciale, spessa migliaia di metri e centrata sulla penisola scandinava e sulla Scozia, occupava tutto il Nord Europa e i massicci montuosi erano anch’essi ricoperti di ghiacci. La deglaciazione, esauritasi tra 7.000 e 10.000 anni fa, liberò vasti territori, tra cui la maggior parte del territorio alpino, dalla morsa dei ghiacci e il paesaggio modellato dai processi glaciali fu quindi esposto a dinamiche successive legate a processi diversi. Studi climatici basati su tecniche scientifiche e ricerche storiche hanno permesso di definire in modo dettagliato il clima degli ultimi 2.000 anni. Appare così evidente che un’ultima fase di avanzata glaciale, nota come Piccola Età Glaciale, si è avuta tra il 1400 e il 1850, portando le calotte polari e i ghiacciai, nello specifico quelli alpini, alla loro maggiore espansione postglaciale. 

L’azione dei ghiacciai 

L’azione di modellamento della superficie terrestre da parte dei ghiacciai si esplica attraverso processi di erosione e deposizione che originano svariate forme di ogni dimensione. La capacità erosiva di un ghiacciaio è dovuta al proprio carico di detriti (che possono provenire dalle pareti rocciose circostanti o essere stati “strappati” dal fondo sottostante) e all’azione meccanica e chimica dell’acqua corrente sottoglaciale. I detriti hanno capacità erosiva quando raggiungono il fondo del ghiacciaio dove le acque correnti sottoglaciali producono canali e marmitte, forme simili a quelle dei normali fiumi subaerei. 

A grande scala le forme di erosione glaciale caratterizzano il paesaggio attraverso valli a U e circhi, cioè nicchie scavate nei fianchi montuosi e occupati, attualmente o in passato, da ghiacciai di circo o parti iniziali di ghiacciai vallivi. Il profilo longitudinale delle valli modellate dai ghiacciai mostra solitamente una pendenza che diminuisce passando dalla testata ripida verso la fronte. I versanti che delimitano i ghiacciai vallivi sono ripidi e diritti per lo scalzamento alla base e la rimozione dei detriti operata dai ghiacciai; l’allargamento delle valli tende a troncare gli speroni e a dar luogo a valli laterali sospese in corrispondenza delle quali i corsi d’acqua generano cascate. A scala inferiore le forme di erosione glaciale sono rappresentate da dossi, come le rocce montonate e le depressioni. Spesso il substrato roccioso eroso presenta strie, scanalature e solchi e le cosiddette intaccature semilunate. I ghiacciai modellano il paesaggio non solo attraverso l’erosione ma anche per deposizione di detriti. Un detrito trasportato e successivamente deposto da un ghiacciaio, con nulla o scarsa selezione dell’acqua, viene detto “till”. I sedimenti glaciali vengono messi in posto attraverso meccanismi diversi e le forme di accumulo che ne derivano vengono dette morene. Le morene mediane sopraglaciali sono formate da detriti che riemergono nella zona di ablazione dopo essere stati inglobati nel ghiacciaio o che sono sempre rimasti in superficie; le morene marginali sono invece forme create per deposizione di till ai margini di un ghiacciaio attivo. Le dimensioni degli accumuli di till riflettono il tempo di permanenza di un ghiacciaio nella stessa posizione; alla formazione di tali accumuli contribuiscono anche apporti di versante e detriti basali. Al ritiro di un ghiacciaio si generano morene marginali deposte, sia laterali sia terminali, che producono rispettivamente cordoni e argini morenici. Altre forme hanno origine da processi misti che originano depositi fluviali o lacustri a contatto con depositi glaciali, si parla in tal caso di depositi di contatto glaciale. Nelle figure allegate vengono individuate le principali forme geomorfologiche che caratterizzano il territorio del Parco.

I depositi di versante 

Il territorio alpino è interessato non soltanto da depositi glaciali, ma anche dai depositi di versante quaternari di varia natura. Il colluvio è un deposito fine con clasti sparsi, massivo, che interessa la parte più superficiale dei versanti. Deriva da ambienti periglaciali del passato, inoltre in tempi recenti l’azione dell’uomo ha provocato in vari casi la formazione di un colluvio “antropico” dovuto ad intensa pastorizia, agricoltura, incendi o disboscamento. 

Il detrito di falda costituisce un mantello di detriti di spessore variabile che ricopre il pendio alla base di versanti ripidi e pareti verticali. Il crioclastismo (che può essere associato alla dissoluzione chimica) e la gravità sono i principali responsabili dell’accumulo di tali detriti. In montagna, ai piedi delle pareti questi detriti sono ancora attivi, essendo i processi di gelo-disgelo efficaci. I detriti di falda sono costituiti da frammenti grossolani a spigoli vivi e non sono gradati, ma al più presentano una concentrazione verso il basso dei blocchi più voluminosi. Se i detriti formano una fascia continua alla base della parete si parla di falda detritica, se invece si depositano allo sbocco di un canalone si parla di cono detritico. 

I grèzes litèes, ossia falde detritiche stratificate, sono un tipo particolare di deposito di versante particolarmente frequente nelle Alpi, ma anche negli Appennini. Sono costituiti da clasti a spigoli vivi mescolati ad elementi fini e si presentano come successioni ordinate di letti fini, detti letti grassi e letti grossolani, o letti magri. La maggior parte di questi depositi si osserva su substrati calcarei; secondo il modello più accreditato la formazione del materiale avviene per crioclastismo, mentre la frazione fine proviene da apporti eolici e paleosuoli su versante. Nelle Alpi i grèzes litèes sono situati talora al piede dei versanti, ma più spesso rivestono interamente i pendii meno ripidi oppure riempiono il fondo concavo di vallette e valloni. 

L’azione fluviale 

Nelle valli il paesaggio è modellato dalle dinamiche fluviali sia attraverso processi erosivi sia deposizionali; l’erosione delle rocce compatte interessa per lo più i tratti montani di un corso d’acqua ed è il risultato dell’abrasione operata dai granuli di sabbia e dai ciottoli trasportati che producono spesso cavità dette marmitte. Altri fattori che concorrono all’erosione fluviale sono la soluzione e la cavitazione. 

A grande scala l’erosione fluviale di rocce compatte genera spesso valli a ripidi versanti (canyon, gole, forre), l’attività erosiva può essere accentuata da un abbassamento del livello del corpo idrico in cui sfocia il corso d’acqua (lago o mare), detto livello di base, dovuto a cambiamenti climatici. 

I depositi fluviali generano la piana alluvionale; essa è sede di importanti falde acquifere e pertanto riveste grande importanza economica. Laddove un corso d’acqua di una valle ripida laterale si immette in un valle più ampia e pianeggiante i detriti in carico vengono depositati per diminuzione della velocità della corrente e ne deriva l’importante forma del cono (o conoide) di deiezione (o alluvionale). I coni delle grandi vallate alpine sono spesso sede di insediamenti umani e di colture. 

Un’importante forma legata ai processi di erosione fluviale sui detriti è rappresentata dai terrazzi fluviali, superfici pianeggianti delimitate da scarpate; il processo può essere legato a variazioni climatiche che diminuiscono la produzione di detriti oppure all’aumento della portata dei fiumi. 

I dissesti idrogeologici 

In ambiente alpino il territorio è spesso interessato da fenomeni di dissesto idrogeologico che possono alterare completamente il paesaggio di un tratto di valle. In senso generale si possono considerare i dissesti idrogeologici come rotture di equilibri che determinano situazioni di instabilità che riguardano tanto il suolo che il sottosuolo e nelle quali l’acqua è diretta parte in causa o ha quasi sempre un ruolo preponderante, pur essendo coinvolti altri agenti. Quando si parla di dissesti idrogeologici ci si riferisce a inondazioni, frane, colate detritiche, valanghe e erosione superficiale, in molti casi l’uomo con la sua attività può predisporre o determinare tali eventi. 

I Ghiacciai

I ghiacciai del gruppo Ortles-Cevedale caratterizzano notevolmente il territorio del Parco e sono un’enorme riserva d’acqua: una risorsa di estrema importanza sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo. 

Nella stagione di ablazione i ghiacciai alimentano in maniera preponderante e talvolta esclusiva sorgenti, torrenti e piccoli laghi contribuendo significativamente al bilancio idrico locale; inoltre l’apporto idrico derivante dalle masse glaciali si avverte anche in pianura e nei periodi estivi risulta particolarmente significativo perché garantisce apporti di falda e portate minime fluviali. 

Le acque di fusione glaciale rappresentano una risorsa vitale per l’economia di molte aree del Parco, come quella dell’Alta Valtellina e ancor più quella della Val Venosta, che sono tra le regioni più secche dell’arco alpino. Le acque di fusione glaciale dello Stelvio sono state sfruttate per fini idroelettrici già a partire dall’inizio del XX secolo e oggi nei territori del Parco quasi tutti i ghiacciai alimentano le centrali idroelettriche attraverso i grandi laghi artificiali. Con l’esaurirsi della lunga fase di espansione nota come Piccola Età Glaciale in tutto il territorio del Parco la tendenza climatica sfavorevole ha portato ad una forte riduzione dei ghiacciai negli ultimi 150 anni. In questo periodo si sono intervallate anche fasi positive, la più importante tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’80, ma il trend generale rileva una contrazione areale dei ghiacciai, una perdita di massa e una risalita delle quote minime. 

Nel Parco, nonostante questa tendenza negativa, il patrimonio glaciale resta imponente, con circa 150 apparati glaciali di piccole e grandi dimensioni per una estensione totale superiore a 10.000 ettari. 

Va detto inoltre che questa contrazione recente ha mostrato una particolarità: inserita in un ben più ampio segmento temporale, quello della deglaciazione successiva al termine della Piccola Età Glaciale, iniziata dopo il 1850 ed estesa all’intero pianeta, si è prodotta con ritmi assai rapidi, che trovano pochi e dubitativi riscontri nel passato. Inoltre, il fenomeno è risultato ancor più accentuato a causa della modesta piovosità delle valli del Parco (con qualche eccezione), certamente meno umide rispetto ad altri settori alpini. Questi aspetti rivestono un ruolo cruciale nel determinare la fenomenologia di tipo geomorfologico: un ritiro tanto violento e accelerato è infatti la causa principale della formazione di un gran numero di laghi proglaciali, di rare e quasi sconosciute forme epiglaciali e del rischio connesso a una rapida contrazione glaciale, con possibili, forti ripercussioni sull’insediamento antropico.

In virtù delle loro caratteristiche, morfologiche, tipologiche e localizzative, i ghiacciai presenti nel Parco Nazionale dello Stelvio costituiscono, ormai da un secolo, un vero e proprio laboratorio scientifico. Non solo la ricerca glaciologica in senso stretto, ma pure quella climatologica, idrologica, nivologica e geomorfologica vi vengono svolte, in alcuni casi in maniera sistematica e continuativa. Fra gli esempi più noti di indagine glaciologica svolta nel territorio del Parco, quelle che coinvolgono il Ghiacciaio del Careser, nel settore Trentino, e quello della Sforzellina, in area lombarda; due apparati che godono delle più lunghe serie di bi-lancio di massa annuale dell’intero arco alpino italiano (dal 1966 il primo e dal 1986 il secondo) e che restituiscono quindi alcuni tra i più interessanti risultati scientifici sulle variazioni volumetriche dei ghiacciai.      

Tra gli apparati di notevole importanza ambientale ed economica possono essere qui citati i più vasti (oltre i 2 km² di superficie): in Lombardia: i ghiacciai dei Forni, dei Vitelli, di Dosegù, di Zebrù e di Cedec; in Trentino: i ghiacciai de la Mare e del Careser; in Alto Adige: le vedrette Lunga, del Cevedale, della Forcola, di Lasa, di Solda, Bassa dell’Ortles e del Madaccio. Nel catasto di A. Desio (1961) vengono citati 143 ghiacciai, per un totale di 9.880 ha di superficie e di 3.693.515.927 m³ di volume. Il motivo principale che condiziona l’elevata differenza numerica tra i dati odierni e quelli del 1961 sta nel maggior dettaglio dei rilievi più recenti. In subordine vanno anche citati gli avvenuti smembramenti di alcune unità.

La tabella seguente contiene il riepilogo dei dati cumulativi riguardanti le differenti situazioni dei ghiacciai presenti nel Parco esaminate a differenti intervalli temporali (1961 – Desio; 1981-1989 –WGI; 2007 Smiraglia e Diolaiuti, 2015). Le stime presentate in tabella (Bonardi e Galluccio, Servizio Geologico Lombardo – Rapporto sullo stato dell’Ambiente del Parco dello Stelvio, 2003) sono state applicate mediando i dati della letteratura disponibile e aggiornando le informazioni al recente aggiornamento del catasto dei ghiacciai italiani (Smiraglia e Diolaiuti, 2015).

Alcune aree glacializzate poste in prossimità del Passo dello Stelvio risultano attualmente interessate da forme di sfruttamento sciistico con la presenza di impianti di risalita e altre infrastrutture connesse. Le aree in questione corrispondono a una porzione di un sistema glaciale, raro nelle Alpi italiane, contraddistinto da un bacino di accumulo comune, almeno in parte, a tre diverse colate denominate: Ghiacciaio dei Vitelli, Ghiacciaio del Madaccio e Vedretta Piana. La Vedretta Piana e il settore sommitale del Ghiacciaio dei Vitelli sono utilizzati per la pratica dello sci estivo. Molteplici problematiche di natura ambientale ed economica appaiono connesse a tale tipo di utilizzo: 

  1. significative modificazioni prodotte dall’installazione di strutture fisse poco compatibili con la tutela di paesaggi di elevato valore; 
  2. esiti ecologico-ambientali di un pesante carico antropico concentrato durante il periodo estivo, anche per la scarsa attenzione alla messa in atto di corretti sistemi di smaltimento dei rifiuti e delle acque reflue, 
  3. conseguenze derivanti sulla qualità del ghiaccio – e quindi delle acque di fusione – dalla frequentazione di veicoli a motore sulla superficie del ghiacciaio (gas di scarico), dall’utilizzo di sostanze lubrificanti per le strutture meccaniche degli impianti di risalita e dall’inquinamento prodotto dalla presenza di generatori e caldaie;
  4. consumo della risorsa glaciale conseguente alla movimentazione di masse nevose per il mantenimento in funzione delle piste durante il periodo estivo; alla luce dell’attuale, prevalente andamento meteo-climatico e delle determinazioni da esso prodotte sulla conservazione del manto nevoso annuale e sulla dinamica stessa dei ghiacciai, lo svolgimento delle attività sciistiche in zona, nella loro forma attuale, appaiono probabilmente vincolate al proseguimento delle pratiche dannose.