La vegetazione
La vegetazione è di fondamentale importanza per la struttura e la funzionalità degli ecosistemi, innanzitutto perché a livello energetico le piante rappresentano i produttori primari alla base delle reti alimentari, ma anche per numerose altre funzioni che esse ricoprono. La struttura della vegetazione crea microambienti che costituiscono rifugio e nutrimento per la fauna e sui versanti riveste una funzione di protezione idrogeologica e dal rischio di valanghe.
A livello pedologico la vegetazione costituisce uno dei principali fattori pedogenetici in quanto la biomassa prodotta fornisce al suolo gli elementi organici necessari alla sua formazione e consente la produzione di humus. La vegetazione, con particolare riferimento al bosco, è importante anche dal punto di vista economico, fornendo prodotti legnosi di valore elevato, e da quello socio-culturale, in quanto caratterizza il paesaggio di un territorio ed assolve ad una funzione turistico-ricreativa.
I piani altitudinali
I piani altitudinali del Parco Nazionale dello Stelvio sono compresi tra il punto più basso a quota 720 m, nei pressi di Covelano, lungo il fondovalle della Val Venosta, e le vette del gruppo Ortles-Cevedale. Si possono individuare i seguenti piani altitudinali: il piano basale (o collinare), il piano montano, il piano subalpino e il piano alpino.
Il piano basale interessa solo i versanti meglio esposti delle valli marginali del gruppo Ortles-Cevedale (Val di Sole, Val Venosta e parte della Valtellina nei pressi di Sondalo), il territorio del Parco ne è interessato solo per un piccolo frammento in Val Martello con una boscaglia termofila a orniello e roverella.
Il piano montano si sviluppa dal fondovalle fino a 1.350-1.400 m e nel territorio del Parco dello Stelvio comprende solo l’orizzonte superiore della pecceta montana e l’abetina (ormai frammentaria), mentre manca completamente l’orizzonte inferiore con la formazione vegetale della faggeta.
Il piano subalpino è costituito da un orizzonte superiore, rappresentato da arbusti contorti e alberi isolati, e da un orizzonte subalpino inferiore rappresentato dalla pecceta subalpina, che si sviluppa dai 1.350-1.400 m fino ai 2.100 m del versante trentino e ai 2.250 m del versante venostano.
Il piano alpino si sviluppa oltre i 2.300-2.400 m e comprende un orizzonte nivale, o a tallofite, e la vegetazione pioniera, un orizzonte alto-alpino con i pascoli alti del Curvuletum / Seslerio-Semperviretum e un orizzonte alpino con i pascoli del Festucetum halleri.
I limiti altimetrici
Il limite superiore della foresta corrisponde al limite dell’orizzonte subalpino inferiore con la pecceta subalpina e, come già detto, nel territorio del Parco varia tra 2.100 e 2.250 m. Altri limiti altimetrici fondamentali sono quello degli alberi isolati (cembro e larice a quote più elevate rispetto all’abete rosso) e il limite degli arbusti contorti che segna lo spartiacque tra la vegetazione arbustiva (nanofanerofite e camefite) e la vegetazione erbacea, costituita prevalentemente da emicriptofite. Tale limite segna il passaggio dall’orizzonte subalpino degli arbusti contorti (rododendro e ginepro) a quello alpino del pascolo. Il limite superiore dei pascoli alpini è delimitato dall’associazione del Curvuletum e del Seslerio-Semperviretum. Sopra tale limite si possono ancora avere lembi di pascolo, ma più spesso si passa ad una vegetazione aperta a tallofite (muschi e licheni) e fanerogame pioniere a cuscinetto.
Il limite climatico delle nevi nel gruppo Ortles-Cevedale è situato a quota 3.060 m.
Il paesaggio vegetale
Il paesaggio vegetale dipende da fattori di tipo climatico, dal suolo e dall’azione dell’uomo. Si possono distinguere sinteticamente 4 grandi categorie: i paesaggi antropici, la foresta, i pascoli alpini e il deserto nivale e i ghiacciai.
I paesaggi antropici corrispondono alle zone di fondovalle, dove da secoli è stato effettuato il disboscamento e dove trovano posto le sedi delle attività umane; si trova al di sotto del limite inferiore (artificiale) del bosco e si compone di prati falciabili ed eventualmente frutteti, campi con colture e piante e arbusti infestanti, aree dei villaggi con vegetazione nitrofila e siepi a Berberis e rose e macchie a nocciolo e pioppo tremolo. Fanno parte dei paesaggi antropici anche le radure a mezza costa in corrispondenza dei masi e delle baite. Tali aree hanno valore ai fini del mantenimento del paesaggio tipico di fondovalle e garantiscono la conservazione della biodiversità legata alle quote inferiori e alla tipica struttura del paesaggio agricolo.
La fascia della foresta inizia a ridosso dei paesaggi antropici per spingersi fino al limite superiore del bosco e comprende le seguenti associazioni: pineta xerica, pecceta montana, abetina, pecceta subalpina, larici-cembreta, mugheta e lariceto puro e secondario di origini antropiche.
La vasta fascia dei pascoli alpini si estende al di sopra della fascia della foresta. Sinteticamente si possono distinguere pascoli su substrati silicatici (curvuleti e festuceti) e pascoli su substrati carbonatici (seslerieti e varieti), che si sviluppano solo nel settore nord-occidentale del Parco. Le fasce della foresta e del pascolo hanno un elevato valore ai fini della conservazione della tipica biodiversità degli orizzonti alpini. Nella fascia superiore del deserto nivale e dei ghiacciai la vegetazione ha ormai quasi totalmente perso significato nel paesaggio vegetale, essendo presente solo a chiazze con qualche ciuffo di erba, fanerogame e muschi e licheni sulle rocce; questa fascia ha grande interesse ai fini della conservazione naturalistica e scarso valore ai fini della conservazione biologica.


Gli Habitat e la Direttiva europea
La direttiva “Habitat” ha individuato 164 tipologie di habitat naturali, definiti “habitat di interesse comunitario”, la cui conservazione richiede la designazione di specifiche aree. Tra questi sono inoltre identificati gli “habitat prioritari” definiti come “tipi di habitat naturali che rischiano di scomparire”.
Nel Parco dello Stelvio sono presenti 37 habitat riconosciuti dalla Direttiva, di cui 9 sono considerati habitat prioritari; di questi 3 sono altamente localizzati e 2 sono da ritenere a immediato rischio di scomparsa.
Questi ultimi 2 sono rappresentati dai boschi alluvionali della Val Venosta, ultimi residui di vegetazione spontanea della piana alluvionale, e dai prati aridi di tipo continentale, sui bassi versanti dei monti venostani, che ospitano una flora costituita da elementi molto rari.
Altri habitat prioritari sono rappresentati dagli arbusteti di pino mugo, diffusi nella parte calcarea del Parco, e dai nardeti, tipo di pascolo secondario caratteristico nell’orizzonte subalpino e nella parte inferiore dell’orizzonte alpino e presenti in un’ampia parte del territorio del Parco. Complessivamente, la maggior parte delle superfici vegetali presenti (> 250 ha) è coperta da 18 principali tipologie di habitat di interesse comunitario.
Ai 37 habitat classificati secondo le tipologie previste da Natura 2000, se ne aggiungono altri 26 che non trovano riscontro in Direttiva ma che sono stati descritti e individuati a livello cartografico mediante i codici EUNIS (European Nature Information System).
Allo stato attuale per tutto il Parco è disponibile la cartografia digitale degli Habitat Natura 2000 e degli Habitat secondo la classificazione EUNIS. Tale cartografia è stata realizzata mediante interpretazione di foto aeree tradizionali e all’infrarosso, confronto con carte tematiche e mediante un’apposita campagna di rilievi diretti. Le tematiche di interpretazione e rappresentazione degli habitat natura 2000 sono state acquisite in scala 1:10.000, avendo particolare riguardo alla composizione e alla struttura caratterizzanti le diverse espressioni territoriali dei suddetti habitat.
Con “espressioni territoriali” si intendono i diversi aspetti per composizione, struttura, mosaicature, ecc. con cui uno stesso habitat si presenta sul territorio indagato.
Lo sforzo di cartografare (in riferimento ad un set definito in fase preliminare di unità cartografiche omogenee – UC) queste differenti espressioni ha rilevanza soprattutto ai fini gestionali. L’omogeneità delle UC non si limita infatti al tipo di habitat rappresentato, ma ne riguarda anche l’ecologia, la composizione specifica, la struttura e il percorso evolutivo. Le UC hanno dunque rappresentato la base del processo di pianificazione, in termini di qualificazione degli habitat, definizione dello stato di conservazione, della valenza conservazionistica, delle minacce e conseguentemente delle misure di conservazione da adottare.
L’attribuzione delle UC è stata esaustiva per tutto il territorio considerato, permettendo di cartografare anche habitat non riferibili alla codifica natura 2000, quali zone fortemente antropizzate, pascoli pingui, pinete di pino silvestre ecc. In questo caso si è fatto riferimento alle codifiche EUNIS e CORINE.
La tabella seguente riporta la sintesi degli habitat presenti e cartografati nel Parco Nazionale dello Stelvio e la loro distribuzione e superficie nei tre settori.


Le pressioni sulla vegetazione
La vegetazione del Parco è esposta a diverse pressioni, soprattutto da parte dell’uomo. A partire da 6.000 anni fa il limite superiore del bosco è stato abbassato artificialmente per le necessità antropiche di ottenere spazi più ampi da dedicare al pascolo; dopo la seconda guerra mondiale si è assistito invece ad una progressiva tendenza alla risalita naturale delle foreste, collegata ad una diminuzione della pressione del pascolo e ai cambiamenti climatici. Ancora oggi però gli ecosistemi boschivi, che in origine costituivano una fascia ininterrotta sui versanti montani, si presentano in alcune situazioni frammentati per il disboscamento effettuato in passato per ricavare prati e pascoli. Gli sport invernali rappresentano una delle attività a maggior impatto sulla vegetazione, soprattutto sulle piste da discesa che si presentano denudate e possono ospitare specie infestanti nitrofile; in alcuni casi si osservano inerbimenti artificiali con graminacee estranee al contesto floristico locale. L’apertura di nuove piste richiede spesso pesanti disboscamenti, come è avvenuto recentemente a S. Caterina Valfurva, in vista dei mondiali di sci del 2005.
Anche il pascolo, effettuato come attività tradizionale all’interno del Parco, esercita una pressione sulla vegetazione in funzione delle quote raggiunte dal bestiame domestico; pure gli ungulati selvatici costituiscono un fattore di pressione sia nel piano alpino, durante l’estate, sia nei boschi. Nonostante ciò, un’attività di pascolo opportunamente pianificata nella quantità, durata e localizzazione, ha effetti benefici sulla biodiversità vegetale e floristica.
Il territorio del Parco non è particolarmente sensibile al pericolo di incendio, perché durante la stagione di maggior rischio, che coincide sulle Alpi con l’inverno, l’innevamento costituisce una buona protezione naturale. Il pericolo aumenta invece in corrispondenza di inverni poco nevosi. In letteratura esistono segnalazioni di incendi in Val Venosta. Uno dei casi studiati è quello dell’incendio che nel 1983 interessò la mugheta delle pendici del Monte Reit nel Bormiese e dove il processo di rinnovamento della vegetazione è particolarmente lento per il substrato ghiaioso e ciottoloso con suolo sottile e per il fatto che le conifere si riproducono esclusivamente per seme e non sono in grado di emettere polloni.
Il Bosco
Nel Parco la copertura forestale si estende nella fascia altitudinale più bassa dove occupa circa 35.000 ettari, pari al 26% della superficie complessiva dell’area protetta. La composizione e la struttura dei boschi sono condizionate dalle caratteristiche topografiche, geologiche e climatiche del territorio.
Le formazioni di abete rosso sono le più diffuse nel territorio del Parco. Con uno sviluppo di circa 17.000 ettari, rivestono circa la metà della superficie boscata, rappresentando uno stadio di climax del piano montano e subalpino. La pecceta ha un importante valore economico legato alla produzione di legname nelle aree più fertili, mentre sui pendii più ripidi è predominante la funzione protettiva. Nel piano montano l’abete rosso si trova in associazione con il pino silvestre, sui suoli xerici delle zone più aride e di bassa quota della Val Venosta, e in associazione con l’abete bianco nelle zone a microclima più fresco delle fasce più basse. Nel piano subalpino invece l’abete rosso forma spesso popolamenti misti in associazione con il pino cembro e soprattutto con il larice.
I lariceti nel Parco sono presenti anche per l’azione dell’uomo che nel passato ha modificato il bosco per assicurarsi oltre che produzione di legna, anche spazi da destinare al pascolo del bestiame. La rinnovazione di questo tipo di bosco dipende dalle condizioni climatiche: nelle aree più aride il cotico erboso infeltrito inibisce il rinnovamento naturale, mentre nelle zone più umide in condizioni di scarsa pressione del pascolo viene favorito il rinnovamento dell’abete rosso sotto la copertura dei larici. Il rinnovamento del lariceto è spesso ostacolato dalla pressione rappresentata dal brucamento selettivo della fauna ungulata per la buona offerta alimentare rappresentata da questa formazione.
Alle quote più alte, nel piano subalpino, i lariceti sono invece espressione naturale del climax vegetazionale e si presentano spesso in associazione con il pino cembro, con sottobosco di rododendro e mirtillo o ginepro. Complessivamente i lariceti si sviluppano su circa 4.000 ettari, che rappresentano l’11% della superficie boscata del Parco.
Formazioni pure di pino cembro sono presenti solo localmente mentre più spesso si trovano in associazione con il larice. Tali formazioni svolgono un’importante funzione protettiva contro le valanghe e a difesa del limite superiore del bosco; la rinnovazione si insedia con facilità ed è favorita dalla dispersione del seme da parte della nocciolaia. Complessivamente le larici-cembrete si sviluppano su circa 5.500 ettari, che rappresentano il 16% della superficie boscata del Parco.
Il pino mugo si insedia su substrati calcarei dei territori nord-orientali del Parco (su circa 4.600 ettari), in associazione all’erica nelle zone più aride e al rododendro in quelle più umide; svolge un’importante funzione protettiva contro l’erosione del suolo ed è scarsamente interessato dalla pressione della fauna anche perché le varietà a portamento prostrato rimangono spesso coperte dalla coltre nevosa.
Il pino silvestre riveste scarsa importanza nella copertura forestale del Parco, interessa solo alcune zone a bassa quota della media Venosta in associazione con latifoglie del piano collinare e, in misura minore, in associazione con l’abete rosso e il larice (circa 700 ha). Alcune interessanti formazioni a pino silvestre si trovano tuttavia nelle aree a substrato calcareo di Boscopiano e su terreni silicatici all’imbocco della Val di Rezzalo nel settore valtellinese.
Le associazioni di latifoglie presenti nel Parco sono:
- formazioni a ontano verde, presenti nel piano subalpino in zone fresche, umide, in ombra e a lungo innevate;
- formazioni di betulla, vegetazione pioniera tipica di aree soggette ad erosione o interessate un tempo da incendi;
- formazioni termofile del piano montano, costituite da roverella e orniello; interessano per lo più terreni rocciosi e accidentati in zone calde e assolate;
- formazioni di nocciolo e pioppo tremolo, interessano il piano montano in zone di pascoli e prati abbandonati;
- formazioni igrofile riparali, rappresentate soprattutto da ontano bianco lungo l’alveo dei torrenti e dei fiumi; solo in Val Venosta sono rimasti lembi residui di ontano nero.
I boschi di latifoglie presenti nel Parco hanno scarso valore economico in quanto vengono utilizzati solo localmente per la produzione di legna da ardere, il loro valore è da ricollegare prevalentemente al fatto di costituire una risorsa alimentare per la fauna e di aumentare il grado di diversità ecologica delle biocenosi forestali.
L’espansione del bosco, di pari passo con la perdita di superficie agricola utilizzata, è un fenomeno che viene registrato in generale su tutto l’arco alpino. L’utilizzazione dei boschi nel Parco dello Stelvio è proseguita fino ad oggi e l’istituzione dell’area protetta non ne ha sostanzialmente modificato la gestione economica, ormai da tempo basata sui principi della selvicoltura naturalistica che asseconda le tendenze di evoluzione naturale delle foreste favorendo la biodiversità e la ricchezza specifica e strutturale. In virtù delle migliori condizioni stazionali, il settore altoatesino è quello in cui la produzione di legname riveste la maggiore importanza, con un taglio annuo medio autorizzato pari a 22.556 m3, a fronte dei 5.041 m3 nel settore trentino e dei 3.369 m3 in quello lombardo.
Nel settore altoatesino il bosco rappresenta il 52% della proprietà silvo-pastorale del territorio del Parco, il 24% è di protezione, il 24% di produzione. Il 95% della superficie forestale è assestata ed è gestita da 26 Piani di Assestamento Forestale. I boschi sono quasi interamente di proprietà pubblica (comunale). La gestione è delegata ad antiche strutture socio-economiche tuttora attive nel governo del territorio, le Associazioni Separate Beni Usi Civici (ASBUC).
Nel settore valtellinese i boschi sono quasi interamente di proprietà comunale e sono gestiti da un consorzio di cui fanno parte i 6 comuni del Parco. Sono poco sfruttati da un punto di vista economico e spesso le segherie locali lavorano legno di provenienza estera. Il bosco rappresenta il 23% della proprietà silvo-pastorale, di questo il 7% è di produzione e il 15% è di protezione; oltre il 90% è assestato.
Nel settore camuno il 33% della proprietà silvo-pastorale è rappresentato da boschi, di cui il 17% è costituito da fustaia di produzione e il 16% da fustaia di protezione e boschi cedui. L’86% della superficie boscata è assestata e la sua gestione è affidata ad un consorzio forestale che riunisce i comuni dell’Alta Valle Camonica ad esclusione di Edolo.
Nel settore trentino il bosco rappresenta il 50% della proprietà silvo-pastorale del Parco; si tratta per il 31% di fustaia di produzione, per il 17,5% di fustaia di protezione e per l’1,5% di ceduo. In Valle di Peio i boschi, di proprietà pubblica, sono gestiti da enti autonomi, le Amministrazioni Separate Usi Civici (ASUC). A Rabbi sono invece presenti le Consortele, associazioni di diritto pubblico, istituite fin dai primi insediamenti di popolazione. A loro è affidata la gestione della superficie boscata. Tutta la superficie boscata è assestata, l’economia legata al legno è ben avviata: sia a Peio sia a Rabbi esistono segherie e falegnamerie, alcune delle quali lavorano legno locale.


La Flora
La flora e la vegetazione che possiamo osservare oggi nel Parco dello Stelvio è frutto della ricolonizzazione olocenica degli ambienti alpini, che ha seguito l’ultimo degli eventi glaciali del quaternario. Dal punto di vista ecologico va nettamente differenziata la flora presente nel settore carbonatico del Parco (alte valli dell’Adda, parte del gruppo dell’Ortles), da quella presente nella restante parte del Parco, su substrato cristallino. Un caso a parte è rappresentato dai filoni di marmo, che consentono inclusioni di specie basofile in un contesto di vegetazione acidofila.
Allo stato attuale non esiste un elenco armonizzato e completo della flora del Parco dello Stelvio, anche se l’area è stata studiata da diversi autori, sia per gli aspetti strettamente floristici sia per quelli vegetazionali, ma sempre per ambiti territoriali amministrativamente separati.
Una tabella rappresentativa delle specie floristiche di maggiore interesse verrà prossimamente inserita nella suddetta sezione.





